martedì, 16 luglio 2024
INTERVIEW

CHIEDI ALLA POLVERE. INTERVISTA A FRANCESCO CAREMANI

Un libro. Una passione. Un modo di vivere, interpretare ed apprezzare il calcio.  Abbiamo intervistato Francesco Caremani, autore del libro Chiedi alla polvere. Quando il calcio non è solo un gioco.

 Il titolo è diretto, esplicito. Qual è il significato?

«Il calcio, da sempre, nasce nei campi polverosi di periferia e dei quartieri meno abbienti, una polvere che diventa fango quando piove, ma come diceva Maradona “la pelota no se mancha”, il pallone non si macchia. In quella polvere si mescola tutto, vita vissuta, sogni, vittorie, sconfitte e rivincite, non solo sportive. Al di là della citazione dotta del titolo, la mia non è letteratura, sono un giornalista che scrive libri e che ama il calcio in tutte le sue forme: qui ho voluto raccontare quello ‘primordiale’».

Non solo appassionati di calcio. Potenzialmente il pubblico del tuo libro è ampio. Non parli solo di storie di calcio, ma storie di vita. È corretto quanto diciamo?

«Racconto storie di calcio ‘sociale’, dove il calcio non è il fine ma il mezzo: per il ragazzo amputato, che continua a sentirsi un calciatore, per il migrante, che dimentica per novanta minuti di non avere documenti e trova nella squadra un gruppo nel quale riconoscersi, per le ragazze pakistane, che devono nascondersi dagli uomini per giocare ed emanciparsi. Alcune le ho trovate in presa diretta viaggiando, come in Argentina nel 2015, altre le ho scovate in Rete e le ho verificate e approfondite grazie ai colleghi stranieri con cui sono in contatto da anni».

Si tratta quindi di un viaggio intorno al mondo alla ricerca di un calcio che non è solo gioco, ma anche cosa?

«Rivincita, seconda possibilità, emancipazione. Come tante altre cose, anche il calcio siamo abituati a pensarlo come qualcosa di scontato, qualcosa che abbiamo sempre avuto, che abbiamo potuto praticare senza rischi o pericoli. Invece, nel mondo, ci sono condizioni nelle quali giocare a calcio è un rischio, è un pericolo, è un atto di coraggio, soprattutto quando declinato al femminile. E, visto che è vita vera, ci sono storie che finiscono bene, altre che finiscono male e altre ancora interlocutorie».

Non vogliamo fare alcuna anticipazione. Ma c’è una storia, un capitolo, un paragrafo emblematico, al quale sei particolarmente legato?

«Due. La prima è “La coppa delle virtù”, scovata, è proprio il caso di dirlo, durante un’escursione sulle Ande, iniziata con il bacio di un ‘ciuchino’ e finita nel piccolo ospedale di San Antonio de los Cobres, a 3.700 metri di altezza: il mio limite naturale.

In quella giornata ho scoperto il Colegio Albergue de Montana Numero 8214 “El Alfarcito” fondato da padre Chifri, il quale ha dato vita a un torneo calcistico denominato Copa de las Virtudes, per i ragazzi di 13-14 anni che sono alla fine delle medie. Trasmettendo così quei valori, che padre Chifri aveva imparato a Buenos Aires giocando a rugby, agli adolescenti, i quali troppo spesso sono attratti dalla violenza e dal bullismo.

Il torneo interessa tutte le scuole della provincia di Salta che desiderano partecipare. La cosa più interessante non sono le partite ma gli incontri a latere, dei seminari in cui si affrontano le problematiche adolescenziali e si cerca di trasferire ai giovani saltenos le virtù umane di cui c’è un grande bisogno, soprattutto in posti come la Quebrada del Toro, dove la vita quotidiana è dura e rischia di seccare i fiori che nascono spontaneamente nel cuore dei ragazzi e delle ragazze.

La seconda è quella del Diya Women’s Football Club di Karachi, in Pakistan, una società fondata per insegnare calcio alle ragazze, soprattutto a quelle delle baraccopoli che affollano la periferia della città, ma al tempo stesso per fare crescere in loro l’autostima e la consapevolezza di dovere e poter lottare per conquistarsi il proprio posto nella vita, nel calcio se possibile, sicuramente nel lavoro».

Da dove nasce questo libro? Quando, come e perché hai deciso di scriverlo?

«Il libro è una raccolta di storie che ho scritto per Il Calcio Illustrato dal 2014 al 2020. Prima è nata l’idea di raccontarle, poi di cercarle, infine di scriverle. Un giorno il mio editore ne ha letta una e mi ha proposto di raccoglierle in un libro. Questo per dire, anche, che un prodotto editoriale non è mai il frutto del lavoro di una sola persona, ma di tante persone che credono nel tuo lavoro e nel tuo modo di lavorare e ti permettono di esprimerti, in questo caso attraverso un libro».

Abbiamo dato spazio prima al libro e poi a te. Volevamo concentrarci sul testo e poi sull’autore. Sappiamo che è processo controcorrente ma va bene lo stesso. Per concludere, raccontati ai nostri lettori: spiegaci chi sei e il tuo percorso sin qui!

«Io, in generale, credo che sia il lavoro a raccontare qualcosa di me, quello che faccio, come lo faccio e come mi comporto con gli altri in questo percorso. Sono i lettori, le persone che incontro grazie al lavoro e che intervisto, i colleghi che devono raccontarmi, in prima persona è sempre difficile, anche se i social sono un grande strumento di pubblicità personale per un freelance.

Ecco, il 19 marzo del 2024 saranno 30 anni che faccio il giornalista, iniziando quando ancora facevo Scienze politiche alla Cesare Alfieri di Firenze. Di questi più di venti li ho vissuti da freelance e rivendico con orgoglio questa condizione, che è al tempo stesso una condizione professionale di precarietà ma anche di grande libertà, umana e lavorativa.

Ho scritto e scrivo per la carta, il Web, ho fatto pochissima radio, un po’ di televisione, ho scritto libri, racconto il giornalismo ai ragazzi e alle ragazze che mi vogliono ascoltare, ho fatto il mio primo podcast e mi piace ancora imparare, progettare e sperimentare. La mia frase rappresentativa è: “Il giornalismo come stile di vita, in un mestiere che ha perso lo stile per strada”».

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