martedì, 16 luglio 2024
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Andre Agassi: dare e avere ai massimi livelli

Odio il tennis, lo odio con tutto il cuore, eppure continuo a giocare, continuo a palleggiare tutta la mattina, tutto il pomeriggio perché non ho scelta. Continuo a implorarmi di smettere e continuo a giocare, e questo divario, questo conflitto, tra ciò che voglio e ciò che effettivamente faccio mi appare l’essenza della mia vita…

Una vita data in pasto al tennis, con tutto ciò che ne è conseguito. Andre Agassi la racchetta in mano la stringe già dalla tenera età di due anni: colpa (o merito, giudicate voi) del padre, Emanuol Agassi, origine armene ed ex pugile che ha anche partecipato alle olimpiadi del 1948 e del 1952 per l’Iran.

Ultimo di quattro figli, Andre trascorre l’infanzia come i suoi fratelli maggiori: il padre desidera per i propri pargoli un futuro da professionisti nel mondo del tennis ed Andre rappresenta “l’ultima speranza”. Il più grande nemico del futuro campione americano diventa quindi ben presto Il Drago, una macchina spara-palline appositamente modificata dal padre per sferrare a maggior velocità: “Il drago respira, ha un cervello, una volontà, un cuore nero. Papà dice che se colpisco 2.500 palle al giorno ne colpirò 17.500 alla settimana e quasi 1 milione in un anno. Un bambino che colpisce 1 milione di palle all’anno sarà imbattibile.”

Appena adolescente, Andre lascia la scuola di Los Angeles per trasferirsi in Florida, nell’accademia di Nick Bolettieri, dalla quale usciranno alcuni dei più importanti tennisti della storia. Vivere nell’accademia per Agassi è un inferno: lo stile militare imposto, del tutto simile a quello dispotico del padre, scatenano nel giovane Andre tutta la ribellione possibile. Comincia ad esibire un look stravagante, soprattutto nell’austero mondo del tennis: chioma bionda, jeans strappati, poi la bandana.

Rischia seriamente l’espulsione dall’accademia, ma il talento supera la stravaganza: a 16 anni Agassi diventa professionista. La carriera sarà un continuo di alti e bassi: gli inizi complessi sono resi meno amari dalla vittoria del primo trofeo nel 1987, l’ATP di Seul.

I primi anni ’90 non regalano molte gioie, fino alla vittoria sul difficile terreno di Wimbledon del 1992: gli incontri con l’eterno rivale Pete Sampras portano, almeno inizialmente, solo sconfitte.

L’anno che porta Agassi nell’olimpo del tennis è il 1995: vince gli Australian Open battendo in finale proprio Sampras, poi altri sei titoli, tra cui i Master Series di Cincinnati, Key Biscayne e Toronto. Collabora in maniera decisiva anche per la vittoria in Coppa Davis degli Usa. L’unica nota amara dell’anno porta lo stesso nome e cognome: Pete Sampras, che lo batte in finale agli US Open.

L’apice della carriera è seguito dall’ennesimo crollo: un infortunio al polso rimediato nel 1993 gli causa una ricaduta quattro anni più tardi. In questo periodo, sposa la modella Brooke Shields: questo rapporto lo porta ad essere protagonista più fuori che dentro al campo. Dal 1° posto nella classifica ATP, Agassi crolla fino al 141° posto. A 27 anni viene giudicato come un giocatore finito. Ma non è così, ovviamente.

La fine del matrimonio con la Shields porta Agassi a concentrarsi unicamente sul tennis ed infatti il 1999 è l’anno del riscatto. L’ennesimo riscatto. Dopo un incredibile finale in rimonta, riesce ad avere la meglio su Andrij Medvedjev, aggiudicandosi il Roland Garros e compiendo l’impresa di vincere in carriera tutti e quattro i tornei del Grande Slam. L’ultima fase di carriera è quindi ricca di successi, grazie anche alla nuova frequentazione con Steffi Graf: campionessa che nel femminile è l’unica nella storia ad aver vinto almeno quattro volte i tornei del Grand Career Slam.

L’ultimo match della carriera, la sconfitta contro il giovane Benjamin Becker il 3 settembre 2006, è accompagnato dall’ovazione del pubblico, consapevole di aver assistito al tramonto di una delle più importanti stelle del tennis.

Nel 2009 Agassi pubblica Open, la sua autobiografia scritta con la collaborazione del Premio Pulitzer, J. R. Moehringer, particolarmente apprezzata dal pubblico. Nel libro però, lo statunitense ammette di aver fatto uso di metanfetamine in un periodo molto buio della sua vita e di aver mentito anche all’ATP stessa per evitare una lunga e pesante squalifica. Il mondo del tennis non la prende bene e chiede sanzioni e revoche di titoli.

D’altronde, come sarebbe stato possibile chiudere con un vissero tutti felici e contenti? La vita non è una favola, quella di Agassi tantomeno: il Kid di Las Vegas ha avuto tanto dal tennis, ma in cambio gli ha dato tutto. Pur odiandolo, dal profondo del cuore.

 

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