giovedì, 2 febbraio 2023
Calcio

Arsenal: all of nothing. Il lato umano del professionismo.

Dopo aver visto il “dietro le quinte” di squadre del calibro di Juventus, Tottenham e Manchester City, le telecamere di Amazon Prime Video si spostano questa volta al centro sportivo di London Conley e all’Emirates Stadium per raccontare la stagione 2021/22 dell’Arsenal.

Nell’annata precedente a quella raccontata nella docuserie, i Gunners hanno concluso il campionato all’ottavo posto in classifica, rimanendo esclusi da ogni possibile competizione europea.

È l’anno della riscossa: gli uomini guidati da Mikel Arteta, alla prima esperienza da allenatore dopo essere stato per tre anni il vice di Pep Guardiola al Manchester City, hanno l’onere di riportare l’Arsenal lì dove merita di stare. Dove i tifosi vogliono che stia: in lizza per un posto nell’Europa che conta, la Champions League.

Un compito tutt’altro che facile. L’Arsenal è una squadra in piena rifondazione: oltre ad essere la rosa di gran lunga più giovane di tutta la Premier League, durante il mercato estivo la società di proprietà della famiglia Kroenke attua una vera e propria rivoluzione: la serie si sofferma in particolare sui nomi di Ramsdale, portiere che nelle ultime due stagioni ha attraversato la delusione di due retrocessioni; e Ben White, difensore proveniente dal Brighton pagato la bellezza di 50 milioni di sterline.

Il punto di forza della serie però, quello che ha fatto maggiormente appassionare al format tifosi ed appassionati, è proprio quello di distaccare lo spettatore dai numeri, dalle statistiche e dalla classica enorme mole di notizie che quotidianamente popolano smartphone e televisori per farlo immergere nella realtà quotidiana di uno dei club più importanti del mondo.

Il risultato di questo processo può sembrare scontato ma lo è molto meno di quanto si possa pensare: giocatori, staff ed allenatore vengono “riportati” sul piano di persone normali.

Gli atleti di cui ammiriamo le giocate ma allo stesso tempo critichiamo ogni minimo errore si mostrano in tutti loro stessi: sensazioni, paure, emozioni.

Nel corso delle puntate, i protagonisti dentro e fuori dal campo sono chiamati a mostrare vari lari della propria personalità.

Il clou dei primi episodi viene raggiunto nell’approfondimento riguardante Saka: uno dei talenti più cristallini che l’Inghilterra abbia mai avuto negli ultimi anni ma allo stesso tempo un ragazzo di appena 19 anni che si ritrova ad essere investito da uno tsunami di commenti razzisti a causa dell’errore decisivo dal dischetto nella finale degli Europei contro l’Italia.

La persona nei confronti della quale viene rivolta la maggiore attenzione è sicuramente quella di Mikel Arteta. Memorabili soprattutto le scene dove vengono ripresi i discorsi pre-partita: l’allenatore spagnolo non lascia spazio alla diplomazia e utilizza ogni metodo possibile per entrare nella mente dei propri calciatori.

Disegni sulla lavagnetta, racconti di aneddoti personali fino ad una metafora che riprende addirittura Edison e l’invenzione della lampadina.

La stagione dell’Arsenal sarà particolarmente altalenante ma sarà proprio Arteta il primo a prendersi i meriti delle vittorie e le responsabilità dopo ogni brusca caduta.

Senza spoilerare troppo, la parte migliore di Arsenal: All or nothing rimane quella fuori dal campo. Un unicum che nessun altro prodotto a tema calcistico è stato mai in grado di portare agli occhi dello spettatore con una tale intensità e con l’inserimento di particolari inediti.

Come si prepara una partita nel corso della settimana? Qual è il rapporto tra un allenatore ed il proprio staff, e con la società? Interrogativi che troveranno, almeno in parte, una risposta.

Spazio anche per gli appassionati di calciomercato, in particolare per la gestione del “caso Aubameyang” che terrà banco tutta la sessione di gennaio. Insomma, ce n’è per tutti i gusti: una serie che mostra diversi lati del mondo del calcio che in più di 150 anni di storia di questo sport sono sempre rimasti nascosti agli occhi del semplice tifoso.

Una pecca è forse quella della ripetitività: il canovaccio delle puntate (otto in tutto da 50 minuti l’una) alterna highlights delle partite ad interviste ed approfondimenti nei confronti della singola persona e alla lunga potrebbe risultare stucchevole.

Non c’è alcun dubbio però che, come nelle precedenti stagioni, All or Nothing apra gli occhi di un tifoso abituato ormai a giudicare in maniera semplicistica senza comprendere i reali meccanismi e le reali difficoltà che ruotano attorno alle migliori squadre di calcio del globo.

 

Luca Pellegrini

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