sabato, 8 maggio 2021
Interviste

Questo è il nostro calcio. Intervista a Remo Gandolfi per approfondire un calcio che non c’è più

Gerd Muller, Stig Tofting, Yeray Alvarez, Agostino Di Bartolomei e tanti altri. 38 calciatori, 38 uomini per evidenziare, purtroppo, un calcio che non c’è più o quasi. Abbiamo intervistato Remo Gandolfi, autore del libro “Questo è il nostro calcio” Editore Gianluca Iuorio Urbone Publishing, 2020.

 Questo è il nostro calcio. Un titolo eloquente che sembra inviare un messaggio chiaro o ci sbagliamo?

Non sbagli affatto ! L’obiettivo è proprio quello di prendere le distanze dalle storture e dagli eccessi del calcio attuale per tornare a raccontare il calcio con il quale tanti di noi sono cresciuti e si sono innamorati di questo sport.

Che non vuol dire per forza tornare in un passato nostalgico anche se estremamente romantico e accattivante ma vuol dire anche cercare le storie e i luoghi dove questo calcio, nonostante tutto, ancora “resiste”.

 Quando nasce e come nasce la realizzazione di questo libro? 

Il calcio è molto ma molto di più dei 90 minuti in campo. Il calcio è il romanzo popolare per eccellenza e come in tutti i romanzi ci sono figure di diverso spessore e con storie personali assai diverse.

Tante di queste non sono mai state raccontate oppure sono state consegnate all’oblio del tempo, magari perché non sempre belle, vincenti o positive. Io amo andare a frugare nel passato più o meno recente per raccontare dei “maledetti”, degli autodistruttivi, dei dimenticati e dei tanti a cui la dea bendata ha voltato le spalle, magari proprio all’apice della carriera.

Questi sono quelli che mi appassionano perché più “veri” e vicini a noi. I belli, bravi, fortunati e vincenti mi annoiano … anche perché non ho ahimè nulla in comune con loro !!! Ho iniziato con “Storie Maledette – L’altra metà del calcio” per poi andare nel Regno Unito a raccontare dei “Mavericks and Cult heroes del calcio britannico” e adesso in “Questo è il nostro calcio” tante storie anche di casa nostra.

Curo anche una rubrica settimanale su Calciomercato.com “Maledetti calciatori” .

Diciamo che queste biografie sono diventate un pò il mio piccolo “marchio di fabbrica” dopo il primo libro che invece era un romanzo calcistico che raccontava la cavalcata trionfale del Leeds di Strachan, Cantona e Speed nell’ultima stagione di calcio inglese prima dell’avvento della Premier.

 VAR, Marketing, Business. Il calcio è cambiato, è evidente, ma possibile che nonostante le logiche attuali non si possa comunque conservare quel lato romantico che ci piace a tutti noi tifosi, a tutti noi appassionati? 

Dobbiamo continuare a provarci. E i risultati sono assolutamente confortanti. Se non hai termini di confronto quello che viviamo adesso ci sembra la cosa più naturale del mondo.

Partite in HD di tutti i principali campionati del mondo, calcio “consumato” e sputato prima di passare alla nuova pietanza che la tv ti propone mezz’ora dopo. “Calciomercati”, procuratori-sanguisughe, pay per view, marketing e diritti di immagine hanno allontanato il calcio dalle persone. Le “storie” le riavvicinano.

E anche i ragazzi più giovani ne sono sempre più attratti e incuriositi. E sono felice di constatare che sia in tv che nei libri i “racconta-storie” stanno tornando prepotentemente alla ribalta.

 Il nostro calcio: quali gli attori protagonisti di quel calcio? Quali gli elementi riconoscibili, i simboli ed i concetti che oggi stiamo perdendo? 

Nel libro ci sono 38 biografie. 38 storie di “Uomini che hanno giocato a calcio” come amo definirli proprio perché al centro c’è “l’uomo” prima ancora che il calciatore.

Ci sono quelli fedeli ai propri colori per tutta la carriera, quelli che avrebbero voluto esserlo e non hanno potuto, ci sono quelli che sono stati amati visceralmente anche senza essere dei fenomeni, ci sono quelli che sono durati il tempo di una stella cadente ma che non sono mai stati dimenticati, quelli che in campo hanno dato tutto se stessi ma che fuori dal campo non hanno saputo affrontare la vita e sono finiti in un “buco nero” fatto di dipendenze e depressione … e ci sono quelli, tanti, che hanno lottato contro un destino avverso.

Alcuni di loro ce l’hanno fatta a rialzarsi altri, meno fortunati, non ci sono riusciti. Arrivano da tutte le parti del mondo e anche se fra questi c’è anche chi ha alzato al cielo una Coppa del Mondo o una Coppa dei Campioni alla fine ci si accorgerà che le loro vicende umane sono spesso e volentieri molto più importanti, toccanti e “vere” di quelle vissute su un campo di calcio.

 Parlando del calcio di oggi, ci sono secondo te dei calciatori che nonostante tutto rappresentano ancora quella passione, quei valori puri di una volta?

Si esistono ancora per fortuna. Qualche caso sporadico dove il “senso di appartenenza” ad un club, ad un paese o anche semplicemente ad un progetto si può trovare in tante realtà.

Ma ce ne sono alcune che spiccano in maniera importante: una è l’Athletic Club di Bilbao con una filosofia unica ormai nel panorama mondiale visto che utilizza solo calciatori nati o cresciuti nelle 7 province basche e dove tanti dei suoi calciatori più prestigiosi preferiscono rimanere nell’Athletic a vita rinunciando anche a sostanziosi contratti altrove.

La storia di Julen Guerrero (una delle 38 raccontate nel libro) è emblematica: a 21 anni decide di legarsi per tutta la carriera ai “Leones del San Mames” firmando un contratto di 12 anni (avete letto bene !) rinunciando ad ingaggi astronomici di squadra come Real Madrid o Lazio che spingevano per il suo cartellino.

In Messico c’è addirittura la squadra più amata del Paese, il Chivas di Guadalajara, che utilizza solo calciatori messicani e che comunque riesce spesso ad imporsi in Patria e a livello continentale.

Infine c’è il bellissimo costume dei calciatori argentini che tendono ad avere un fortissimo legame con il club che li ha cresciuti e al quale moltissimi ritornano per chiudere la loro carriera. Carlos Tevez, Diego Milito, Juan Sebastian Veron, Gabriel Heinze, Matias Almeyda o Maxi Rodriguez sono solo alcuni di questi. E probabilmente lo stesso percorso lo farà anche “Lio” Messi nel suo Newell’s.

 Chiudiamo con una riflessione: se il calcio è cambiato, sei calciatori oggi sono più testimonial che atleti, significa che sono cambiati anche i tifosi? Oppure rimangono l’ultimo baluardo di “purezza”

Assolutamente si. Credo che essere tifosi “veri” oggi sia estremamente più difficile proprio per i motivi che ti dicevo prima.

Annullato completamente o quasi il senso di appartenenza di un calciatore ad un club, con rose che cambiano con la frequenza con cui noi cambiamo i calzini, con allenatori che si alternano ad un ritmo assurdo, con società che passano di proprietà in proprietà diventando sempre di più il nuovo giochino di miliardari annoiati credo che  “innamorarsi” sia sempre più difficile e chi ci riesce e continua a farlo ha tutta la mia stima.

Resta lo stemma, il club, i colori sociali … ma per quanto importanti rimangono sono comunque un’entità astratta rispetto alle generazioni precedenti che sono cresciute innamorandosi di calciatori-simbolo che sapevamo, con buone probabilità, di ritrovare con i nostri colori anche la stagione successiva.

Quello che invece “rimprovero” alla maggior parte dei tifosi attuali è la totale mancanza di pazienza sia verso un giovane calciatore e sia soprattutto verso il nuovo “mister” che siede sulla panchina. Il tempo della costruzione di un progetto, della crescita individuale e collettiva ormai è diventato qualcosa di raro e spesso poco apprezzato.

In questo l’Inghilterra è ancora in grado di insegnare qualcosa vedi i casi di Liverpool, Manchester City ma anche di Leeds United, Sheffield United, Burnley o Southampton dove si può ancora lavorare quantomeno sul medio termine.

Tutto il resto fa invece parte  di quel calcio “consumato” e poi sputato senza neanche darsi il tempo di sentirne il sapore.

 

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