sabato, 8 maggio 2021
Interviste

È complotto. Intervista a Mario Rucano.

Un focus a forti tinte nerazzurre. Abbiamo intervistato Mario Rucano che ci ha fornito un profilo a 360° del tifoso interista, tra gioie e dolori ed un viscerale senso di appartenenza.

Innanzitutto raccontaci la tua storia, chi sei e cosa fai?

Sono uno strano figuro a metà strada tra l’autoironico appassionato di calcio e il tifoso avvelenato che soffre di sindrome di accerchiamento. Di papà italiano e mamma inglese, sono da sempre uno “straniero in patria”, croce e delizia di una vita vissuta in mezzo agli incroci, senza mai sentirmi davvero a casa.

Il calcio è la splendida eccezione. Lì mi sento perfettamente “nel mio elemento”. Se c’è da seguire anche solo un recupero di Serie B bulgara non mi tiro indietro, perché il pallone resta una splendida magia da cui farsi ammaliare ma, citando i classici, per me c’è solo l’Inter.

La Squadra, i Ragazzi… tanti modi per chiamare quell’accozzaglia di amatissimi craniolesi che troppe volte mette a repentaglio le mie coronarie e che, ciononostante, detta l’agenda delle mie settimane da più di quarant’anni.

La copertina del libro

 

Quando nasce e come nasce l’idea di realizzare il libro? 

Avendo abbandonato presto i sogni di gloria di fare il calciatore, per limiti tecnici acclarati fin da giovane età, ho iniziato a commentare le partite, scrivendo commenti sul diario o scambiando pagelle (rigorosamente calcistiche) con i compagni di classe.

Con l’avvento di Facebook, ho riesumato questo passatempo ormai impolverato, iniziando a pubblicare una nota settimanale sull’ultima partita giocata, presto condita da incursioni nel mondo mediatico. È lì che nasce il virus che poi ho sviluppato negli anni successivi sul blog complottonerazzurro.com

Alla base di tutto, il fatto che l’Inter sia da sempre poco considerata dai media italiani, quando non apertamente sbertucciata. La stampa sportiva si permette ironie e commenti sarcastici che mai si permetterebbe con le altre big del calcio italiano.

Ogni post si è quindi arricchito di un’apposita sezione intitolata “È Complotto”, dove ho cominciato ad accumulare prove a carico dell’accusa, con rimandi a titoli di giornale, editoriali, statistiche accomodate e compagnia cantante.

L’anno scorso l’idea del libro, che nasce da un po’ di cose diverse. Erano 10 anni dal Triplete, ma anche 10 anni dall’inizio delle mie sbrodole informatiche sull’Inter. Soprattutto, era ora di passare ad altro. Ecco quindi il colpo di follia, e l’auto-pubblicazione su KDP-Amazon, in versione sia cartacea che ebook.

Il blog è ancora vivo, ma lo aggiorno più raramente. Il libro ha voluto prendere spunto dagli argomenti trattati nei miei post, senza però riferirli ad una singola partita, ma utilizzandoli quasi come “categorie dell’anima”: ho visto che per parecchi di questi, di materiale ce n’era eccome. Aggiungo un “purtroppo”: le mie evidentemente non sono solo paturnie da tifoso, c’è anche della sostanza.

Tutti abbiamo la necessità di comunicare, soprattutto noi appassionati di sport, in particolare noi tifosi di calcio. Cosa hai voluto comunicare attraverso il tuo libro? Qual era la tua “necessità”? 

Se c’è un messaggio nel libro è proprio questo: raccontare questo mondo che tanto ci appassiona con impegno e intensità, ma sempre mantenendo l’ironia, che è poi secondo me lo strumento più importante in ogni ambito della nostra vita.

Credo fermamente in tutto ciò che ho scritto nel libro: l’Inter non ha mai avuto santi in Paradiso, viene liquidata come squadra “pazza”, ontologicamente incapace di produrre calcio spettacolo -il famigerato bel giuoco– vittima perfetta di sfottò e prese in giro che potrebbero anche strappare un sorriso, se solo fossero rivolte anche alle altre “grandi” che pure, periodicamente, attraversano le stesse difficoltà dei nerazzurri.

Fatta la necessaria professione di fede, ho cercato di comunicare tutto questo con un senso di leggerezza, con la speranza di strappare un sorriso a chi magari non è invasato quanto me, ma che è disposto a farsi accompagnare in questo viaggio nella complessa psiche di un tifoso interista.

Storia di un tifoso nerazzurro

Abbiamo letto alcuni estratti e allora ti facciamo una, o meglio due, domande dirette: perché il tifoso interista (ma non solo!) vive su questa continua altalena di emozioni? La seconda: perché spesso e volentieri contro l’Inter degli sconosciuti entrano nella storia con un goal piuttosto che con una parata miracolosa? 

Se dovessi risponderti utilizzando uno dei tanti Luoghi Comuni Maledetti descritti nel libro, potrei dirti che l’Inter è una squadra pazza, che romanticamente riesce a complicarsi la vita proprio sul più bello, che alla fine trova sempre il colpo del singolo che toglie le castagne dal fuoco.

Da tifoso rancoroso, invece, inizio il mio ragionamento guardando alla storia del Club, paragonando i suoi presidenti più importanti a quelli delle altre “strisciate” del nostro calcio. Gli interisti hanno avuto la famiglia Moratti, la Juve Agnelli e il Milan Berlusconi.

Credo che già questo dica molto circa la pressione che circonda queste tre squadre e del peso specifico delle rispettive proprietà. Se pensiamo al classico triangolo Società-allenatore-giocatori, Juve e Milan hanno sempre avuto dirigenze solide e ben introdotte nei salotti buoni della politica e dell’informazione. L’Inter, di contro, ha sempre avuto proprio nella Società l’anello debole di questo insieme e, anche quando ha vinto, è come se l’avesse fatto “nonostante” e non “grazie” alla dirigenza.

Un esempio fra tanti: l’esonero di Mancini pochi giorni dopo lo scudetto conquistato a Parma ma di fatto noto a tutti con mesi di anticipo; la innata propensione a far uscire spifferi e pettegolezzi dallo spogliatoio, rimasta immutata negli anni. Possibile sia sempre e solo colpa della leggerezza interista? Negli altri Club vanno tutti d’amore e d’accordo? Nel libro rispondo a queste ed altre domande, più o meno retoriche.

 

La tua passione per l’Inter quando nasce? 

Il merito, o la colpa -a seconda dei punti di vista- è di papà, primo cantore delle gesta della Grande Inter di Herrera, con le quali mi addormentava da piccolo, preferendo i lanci di Suarez e i gol di Mazzola alle banali favole della buonanotte.

Chissenefrega di Cappuccetto Rosso o dei supereroi, io avevo Sarti-Burgnich-Facchetti! Inevitabile la reiterazione del reato ad una generazione di distanza: mio figlio si è addormentato ascoltando i miei racconti su Milito e il Triplete, ed è oggi più che mai accanito sostenitore della causa nerazzurra.

 

Quali i due momenti più esaltanti da tifoso nerazzurro e quali i due più deprimenti? 

Sarebbe ovvio e banale citare la notte di Madrid o il doloroso 5 Maggio 2002. Cito invece il Derby del Gennaio 2010, quello finito in 9 vs 11, con Materazzi che a fine partita festeggia con la maschera di carnevale di Berlusconi. A parte la goduria massima di una vittoria davvero “contro tutto e contro tutti”, è il ricordo di quella partita ad essermi particolarmente caro.

Per quel Natale mia moglie mi regala un weekend a sorpresa a Marrakech. Scelta azzardata, per quanto assai gradita, per due motivi: sono un fanatico dei film di Salvatores, e quindi tre giorni in quella città per lei equivalgono a una continua citazione di Marrakech Express (per gli intenditori: su Instagram mi chiamo Cedrone1973, il cane l’ho chiamato Ponchia. Questo il livello di fanatismo…).

Ma soprattutto, dopo aver aperto la busta scopro sgomento che il weekend è quello in cui si gioca il Derby di ritorno di campionato.

Butto lì un “ma dài, fa niente” che non è credibile nemmeno al più distratto degli astanti, e partiamo con una missione segreta: trovare un posto dove vedere la partita. La faccio breve: ho visto Inter-Milan in un container da 40 piedi riconvertito a negozietto di TV e parabole satellitari.

Contratto col titolare di poter vedere il primo tempo, cioè fino all’orario di chiusura. Mi trovo presto unico spettatore all’interno del negozio, ma con una cinquantina di persone all’esterno che guardano me che guardo la partita. Una scena surreale, con moglie che cerca di nascondersi dalla vergogna.

Il titolare, forse mosso a compassione, alla fine mi fa vedere tutta la partita. Il giorno dopo ho fatto il giro di tutto il suk della città per cercare e trovare una sciarpa dell’Inter da regalargli, a suggellare un’amicizia fraterna nata la sera prima.

Un altro bel ricordo è lo scudetto 2008, vinto a Parma sotto la pioggia. Al solito, l’Inter si riduce all’ultimo per portare a casa uno scudetto che a febbraio sembrava già in saccoccia.

Io, mio fratello e un amico siamo a casa, con mia moglie che accudisce il marmocchio di pochi mesi: a metà ripresa fa capolino col pupo in braccio e chiede “come va?” proprio mentre Ibra segna l’1-0. Dopo un minuto di delirio ed un altro per recuperare un minimo di decenza, obblighiamo mamma e poppante a restare immobile nella stessa posizione per la restante mezz’ora di partita, all’insegna della superstizione più bieca.

Mi ha fatto piacere leggere che anche Zanetti e Milito fecero qualcosa di simile la sera di Roma-Sampdoria nell’aprile 2010, con la piccola di Milito ad addormentarsi in braccio al padre, tarantolato ai gol di Pazzini.

Passando alle dolenti note, non posso purtroppo dimenticare i due Derby di Champions del 2003, rappresentazione classica di quanto gli astri abbiano sempre avuto a cuore la sponda sbagliata della Milano calcistica. Due pareggi, e rossoneri in finale per il più beffardo dei “fattori campo”, visto che in entrambi i casi si era giocato a San Siro.

La seconda data che mi viene in mente è l’ultima di campionato della stagione 2013/2014: è quella in cui Zanetti, Milito, Cambiasso e Samuel terminano la loro carriera di calciatori dell’Inter. Una malinconica foto a Verona (la partita era contro il Chievo) suggella in maniera assolutamente non adeguata l’addio di quattro professionisti esemplari, che per anni hanno costituito l’ossatura di quella squadra, alla faccia delle polemiche sul “clan del Asado” e sui pochi italiani in rosa.

La desolazione in quella foto è aumentata dalla consapevolezza che poco o nulla si era fatto per attenuare le conseguenze di quell’addio. La gestione del post-Triplete è stato il rammarico più grande per quel che mi riguarda: non aver saputo capitalizzare la netta superiorità acquisita in Italia ed il rango raggiunto in Europa è un peccato che l’Inter sta ancora finendo di scontare.

L’autore del libro Mario Runcano

Chiudiamo con una tua riflessione: se dovessi descrivere il tuo libro in pochi concetti cosa ci diresti? 

Torno a quanto detto all’inizio. Un “saggio-ignorante” scritto da un tifoso che vuole essere sia sfegatato che intellettualmente onesto, che vede i limiti dei propri eroi ma li difende dagli attacchi gratuiti della stampa, un po’ come si fa con i figli. Dentro casa prediche e cazziatoni a non finire, ma là fuori guai a chi me li tocca.

Tutto il libro si regge su questo equilibrio precario che mischia tifo fazioso e fact-checking, cercando di far coesistere una visione partigiana del calcio con un’analisi fattuale del contesto. Una storia sull’Inter e sulla sua relazione complicata con la stampa sportiva italiana.

 

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