domenica, 18 aprile 2021
Volley

Volley Team Monterotondo: Elvin Hoxha torna alle origini.

Certi amori non finiscono, fanno dei giri immensi e poi ritornano. Lo canta Venditti e da quest’anno anche la Volley Team Monterotondo che è pronta per il grande ritorno (dopo sette anni) nel campionato nazionale di Serie B.

Ma quello della categoria non è l’unica novità della squadra eretina: a disposizione di coach Savino Guglielmi ci sarà infatti Elvin Hoxha, (fuori)classe 1992, che nel ruolo di centrale (1998 centimetri) calcherà il parquet di Monterotondo, lo stesso su cui, più di dieci anni fa, ha iniziato la sua grande avventura nella pallavolo giocata. Lo abbiamo intervistato.

 

Due volte campione d’Italia (nel 2008 con il CQR Lazio e nel 2009 con l’M Roma Volley U18) e una carriera da cosmopolita nelle rose pallavolistiche di Zagarolo, M Roma Volley, Lazio Volley e Sport, Pesaro, Forlì, Pineto e La Maddalena. Hoxha persona o Hoxha pallavolista, chi ne è uscito più cambiato da questo lungo viaggio?

Io credo che ad uscirne più cambiato sia l’Hoxha persona. In tutta onestà, quando ero più giovane, cercavo sempre di scindere le due parti, poi con gli anni ho imparato e capito che la cosa giusta è mantenerli separati lasciando però che l’uno contamini l’altro. In questa prospettiva, adottare il comportamento che si ha nel rettangolo di gioco anche fuori è stata sicuramente una chiave di lettura da cui ho tratto giovamento nel resto della mia esperienza agonistica, e non.

 

Un lungo viaggio, però, con una destinazione: Monterotondo. A distanza di 7 anni, Elvin Hoxha torna a casa, precisamente nella squadra dove tutto è nato circa 16 anni fa. Cosa significa tornare fra le fila della Volley Team Monterotondo?

Ho iniziato a giocare nella squadra del Monterotondo (una volta aveva un nome diverso ndr) nel 2005, ma non è stato un “buona la prima”. Nel 2004, mi ero affacciato in palestra per fare una prova nella squadra di Laura Storno, attuale Direttore Tecnico della Volley Team Monterotondo. Avevo fatto un solo allenamento e, per varie vicissitudini, non avevo più continuato. Un anno dopo, nel frattempo ero cresciuto di circa 10 centimetri, la stessa Laura Storno mi incontra per le vie della cittadina e vista anche la mia altezza mi propone di riprovare a giocare.

E da lì è iniziato il tutto. È quindi bello quindi tornare a Monterotondo perché ho ritrovato quelle persone lasciate tanti anni fa fra cui anche Mauro Ebano, Direttore Generale. Oggi sono tanto grato a Laura: se sono un pallavolista lo devo a lei. Per questo rappresentare il luogo in cui sono nato e cresciuto in un campionato nazionale è tanto importante quanto sfidante. Non sarà facile, ma ce la metterò tutta insieme ai miei validdisimi compagni di squadra.

Una vita al centro e una parentesi da opposto anche nelle fila della A1 con l’M Roma (2010/2011). Se ti venisse data l’opportunità di tornare indietro, e di scegliere, in quale ruolo vorresti ricominciare?

Per quanto riguarda il ruolo rifarei tutte le scelte fatte in passato. Oggi sono un centrale, ho potuto dire la mia come opposto e a volte anche entrambi i ruoli in occasioni di qualche partita. Per cui se dovessi cambiare qualcosa, sicuramente non sarebbe il ruolo. L’importante è stare in campo e dare il meglio di sé.

Un affare di famiglia, verrebbe da dire. Insieme a tua sorella Gessica Hoxha (centrale in Serie C nella Spes Juventude Mentana) siete due degli atleti di punta del territorio.

 Sono molto contento che anche mia sorella sia oggi una pallavolista. Non l’avrei mai detto da giovane perché quando iniziai al tempo lei faceva danza e, nonostante mi seguisse in tutti i match insieme ai miei genitori, non era invogliata a tuffarsi nel mondo della pallavolo. Immaginavo fosse stufa. E poi fortunatamente, un po’ per caso, ha iniziato uno splendido percorso nella società di Mentana, cittadina confinante con Monterotondo. È una signora giocatrice e non lo dico perché sono il fratello, sia chiaro (ride ndr).

Viaggi, gare, vittorie e sconfitte. In questa dimensione in cui ti sei formato, qual è l’esperienza – sia bella che brutta – che più ti ha permesso di essere chi sei ora?

Ho avuto la fortuna e il piacere di viaggiare tanto con la pallavolo e di giocare contro tanti avversari e atleti di altri paesi. Un’esperienza che mi ha senz’altro segnato. Quello che però più mi ha formato sono le sconfitte, episodi che difficilmente dimentichi. Ho ancora l’amaro in bocca per tutte le finali nazionali con la giovanile dove non siamo mai riusciti a raggiungere il nostro obiettivo.

 In ogni storia di successo che si rispetti, c’è sempre una battuta d’arresto. Cosa significa inciampare in un infortunio? In che modo si trova la forza di continuare la scalata?

Questo è un discorso delicatissimo perché è esattamente la parte che ogni atleta spera di evitare: inevitabilmente – chi più chi meno – ne subisce qualcuno. Personalmente ne ho subito uno importante al ginocchio quando avevo 18 anni. Sono stato fermo tanti mesi, e non è stato un bel periodo. Poi una delle cose più difficili è rimettersi in pari dal punto di vista fisico e tecnico. Anzi, ora che ci penso è stato terribile stare lontano dai campi e dai compagni per quasi 10 mesi. È un momento che va affrontato e non subìto, quello è il vero segreto. Ci vuole testa, tanta pazienza e anche un pochino di fortuna. È importante non arrendersi mai. Ma oggi sono qui e salto ancora, e pensare che al tempo nemmeno si sapeva se avessi potuto tornare in campo.

 E poi arriva il 2020 e la pandemia spegne la luce sulla pallavolo giocata. Tutto si ferma.

Nessuno si immaginava che sarebbe accaduto tutto questo. E pensare che nel momento in cui Conte decretò che tutta l’Italia era in zona rossa, io ero in traghetto di ritorno dalla Sardegna dove stavo giocando. Inizialmente pensavano tutti fosse una situazione momentanea invece ci siamo fermati senza più riprendere. È stato un colpo durissimo, per noi sportivi e per tutti quelli che lavorano nel settore. A un anno dai primi provvedimenti, si sta lentamente tornando alla normalità con la speranza che il tutto passi il prima possibile.

 Lentamente, ma la macchina riparte. Sabato 23 gennaio avete affrontato il primo match di questo insolito campionato di serie B1. Al di là della mancata vittoria, sfiorata al tie-break contro una SS Lazio più caparbia, come è stato giocare senza il pubblico sugli spalti?

 Finalmente siamo riusciti a ricominciare questo campionato nel match contro la Lazio. Purtroppo non abbiamo portato a casa il risultato sperato ma abbiamo senz’altro dimostrato di essere una squadra unita e talvolta agguerrita. Il punto di forza della Volley Team Monterotondo, avendola vissuta da tifoso negli ultimi anni, è proprio il pubblico: sempre molto caldo e coinvolto. Per questo motivo stiamo giocando come se ci mancasse qualcosa, anzi qualcuno: quel “settimo giocatore” in campo che è molto importante per un gruppo come il nostro e per una cittadina come Monterotondo.

Giocare in casa con gli spalti vuoti è brutto. Non possiamo farci niente al momento, dobbiamo impegnarci per rispettare le regole e sperare che tutto passi il prima possibile. Fortunatamente, possiamo contare sulle dirette youtube così i nostri tifosi ci seguiranno da casa o ovunque essi siano, fare il tifo e gioire  – e soffrire – anche se a distanza. Sono sicuro che quando potranno tornare in palestra sarà una grandissima festa. E noi siamo qui ad attendere quel giorno.

 

Forza Monte!

Intervista a cura di Elisa Malomo

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