martedì, 22 ottobre 2019
Calcio

Carlo Alessandri: una vita dedicata allo SPORT e alla CULTURA. Dal campo al lavoro.

Un Blog che racconta di passione, emozione e di sport. Con un punto di vista diverso, cogliendo e raccontando il lato emozionale, umano e romantico di ogni disciplina. Quando abbiamo deciso di creare questo Blog l’intento era proprio quello di scoprire e raccontare storie di vita, di sport, di passione e di emozione. Questa che raccontiamo racchiude tutto questo. La storia di un portiere che ha militato nelle maggiori categorie, dalla Serie C fino all’Eccellenza. La storia di chi mette passione e professionalità in ogni allenamento e partita. La storia di chi ama le sue radici monterotondesi fino a crearne un simbolo di vanto ed orgoglio. La storia di un manager, con una visione pioneristica di sport, che ha incontrato nel suo percorso professionale 2 soci con cui condividere questa passione innata per lo Sport, inteso come aggregatore sociale, culturale ed economico. E’ la storia di Carlo Alessandri, portiere e capitano dell’Eretum Monterotondo in Eccellenza e co-fondatore, insieme a Matteo ed Alberto, della CMA – Creative Management Association ai quali lo lega una comune passione, un unico moto armonico che caratterizza le loro vite: l’amore incondizionato, inossidabile ed incorruttibile per lo SPORT.

Una chiacchierata, più che un’intervista, i minuti scorrono velocemente senza nemmeno accorgersene con Carlo. Mai banale, mai scontato, ogni parola denota le sue due più grandi passioni, il calcio e lo sport. Obiettivi, sogni nel cassetto, successi e progetti da realizzare.

LA VITA CALCISTICA

Carlo partiamo subito da un argomento comune, il calcio. Puoi ricordarci la tua carriera calcistica e farti conoscere ai nostri utenti?

Inizio il mio percorso calcistico nel settore giovanile dello Scalo, una società molto ben strutturata e formativa per molti ragazzi di Monterotondo. Dopo la fusione con il Monterotondo la mia prima occasione da semi professionista ad Ascoli a soli 14 anni. Una bellissima esperienza vissuta fuori dal mio paese, la scuola, gli allenamenti ed il calcio. Dopo questa esperienza sono tornato qui a Monterotondo. Da quel momento un susseguirsi di squadre e campionati. Parto dal Montesacro, successivamente San Lorenzo dove ho il piacere e l’onore di entrare nella “scuderia” del grande Zavaglia. Da qui un percorso lungo 3 anni alla Lucchese per 3 anni dove inizio a respirare l’aria del professionismo tra Prima Squadra in Serie C1 e Beretti ( Serie C1). Nello stesso anno il prestito al Cascina Serie D, il primo pre-contratto a Frascati ed Astrea (Serie D). La parentesi a Pisoniano dove purtroppo incontro il primo serio ostacolo alla mia carriera. Un infortunio grave che mi lascia fuori per 5 mesi, ma soprattutto un infortunio che mi condizionerà e mi segnerà nel corso della mia vita, non solo calcistica. La rottura di mezzo zigomo, occhio e mascella, totale 16 viti, 4 placche e 35 punti. Da qui il motivo della mia barba che non mi abbandona da molto tempo. Con forza e determinazione rientro in carreggiata a Montevarchi ( Serie D ) dove ritrovo il mio grande amico Matteo Federici, un compagno di squadra che mi ha accompagnato nel mio percorso fin dall’inizio dalla categoria Esordienti. In rapida successione le esperienze a Civita Bagnoregio , Guglionisi (Eccellenza), Montorio al Vomano (Eccellenza abruzzese), fino al ritorno a casa con il Città di Monterotondo in Promozione. Era il periodo della Laurea, dove inizio a conciliare studi, lavoro e calcio. Dopo questa breve parentesi il Tor di Quinto e finalmente il ritorno definitivo a casa, nella mia Monterotondo Calcio in Eccellenza poi diventata Eretum Monterotondo. Ed eccomi qui, sono arrivato al sesto anno con questi magici colori gialloblu.

La fascia di capitano di Carlo Alessandri con l’Eretum Monterotondo

Il giallo, il blu, la Torre e Sant’Antonio. I simboli di Monterotondo impressi sulla tua fascia da capitano. Cosa si prova a scendere in campo con questi valori impressi nel simbolo distintivo del leader della squadra?

Qui si rischia di cadere nella retorica. Ma una retorica positiva, bella e perfetta per descrivere questa occasione che si è presentata. Il mio è stato un percorso imprevisto, fare il capitano di questa squadra richiede una componente emotiva ma anche e soprattutto di rapporti. Scendo in campo senza nessun filtro, sono innestato in un contesto dove la proprietà della squadra è familiare. Nella precedente proprietà societaria si era creato si una grande blasone a livello calcistico, ma nel territorio scelte sbagliate e non oculate avevano creato un disastro sportivo, soprattutto a livello di valorizzazione delle risorse sportive locali. Avete idea di quanti giocatori fortissimi di Monterotondo, dalla classe ’84 alla classe ’91, non sono stati valorizzati in quegli anni? Un patrimonio umano e calcistico mandati al macero, dispersi in campionati minori ( non per questo meno importanti) che hanno lasciato un rammarico in molti di noi. Ecco la mia scelta di diventare capitano di questa nuova Monterotondo parte proprio da questo presupposto, quello di ricreare qualcosa per valorizzare di nuovo queste potenzialità. E’ stata un’emozione unica perché non era previsto. Ciò che era previsto invece era un percorso con altri giocatori di Monterotondo, per dare di nuovo credibilità sportiva a questa squadra. Quando mi è stata proposta questa possibilità di fare il capitano ero in un periodo che coincideva con una fase lavorativa anche questa inaspettata, con un progetto di 5 anni stremante sia a livello professionale che calcistico, che mi ha fatto sicuramente crescere e maturare sotto tanti punti di vista. Quando mi hanno proposto di fare il capitano, credo che la società ed i miei compagni abbiano riconosciuto in me dei meriti sportivi conquistati dentro e fuori dal campo. Nella mia idea il capitano di una squadra deve avere una presenza costante, quasi maniacale, che incarna alcuni sentimenti e comportamenti che tacitamente vengono riconosciuti da tutti. Il mio lavoro a testa bassa, la mia abnegazione quotidiana, anche ben oltre le critiche di quel del momento storico calcistico, hanno fatto si che quello fosse il momento giusto per accettare questa sfida, che è sicuramente un moltiplicatore di responsabilità. Per quanto riguarda la fascia di capitano, a me non piacciono nè simboli nè “tatuaggi”, nella dimensione in cui diventano ossessione di dichiarare e ricordare qualcosa, l’unico modo per esprimere positivamente i valori di questo territorio e del Comune di Monterotondo era proprio quello di scendere in campo ogni domenica con questi 2 simboli ben impressi sulla fascia. La Torre comunale, simbolo di guida che accomuna ogni monterotondese e quello che io chiamo un ponte di senso e spirito eretino, un mix di sentimenti politici e di tra tradizione, cultura, radici, valori e senso di comunità, e questo solo Sant’Antonio riesce a farlo.

Una grande stagione in Eccellenza per l’Eretum Monterotondo. Quali sono le tue sensazioni?

Posso dire in totale sincerità che questa squadra è fortissima. Non solo la squadra ma anche l’organizzazione societaria che ci permette di lavorare serenamente in contesti favorevoli e stimolanti in ogni sua componente: sia calciatori che staff.  Questo momento storico della società non è mai stato così di privilegio come negli altri anni. Il mix di queste due componenti, società e squadra, mi fa pensare ad una classifica deficitaria in rapporto al livello professionalità di squadra, mezzi, strumenti e organico. Il campionato è ancora aperto per il secondo posto, ed è quello il nostro obiettivo.

Carlo Alessandri con il suo grande amico Matteo Federici ( fonte: pagina Facebook Eretum Monterotondo)

Il tuo ricordo calcistico più bello

Come già detto in precedenti interviste, il primo è il ricordo di tutta la settimana di preparazione alla prima panchina in Serie C. Subito dopo è subentrato il derby di 2 anni fa, con la vittoria per 1 a 0 e quella mia memorabile prestazione dopo una settimana passata con 40 di febbre. Un misto tra catarsi ed estasi

I 2 giocatori più forti con cui hai giocato?

Senza ombra di dubbio Federico Balestri ( fratello di Jacopo Balestri) a Cascina, una punta pisana totale, davvero forte. L’altro Stefano Mundula quando giocavamo insieme con l’Astrea.

C’è un allenatore a cui devi dire grazie?

Un uomo più che un allenatore. È mister Roberto Chiocchio. Ho avuto la fortuna di incontrare da bambino quella persona che ti lascia e ti segna a livello umano ed emotivo per tutta la vita. Ha scoperto la mia disponibilità, ha valorizzato la mia sensibilità e la mia onestà d’animo. È l’unico che mi ha sempre fatto sentire una stima incondizionata, e che ha saputo leggere i miei occhi. Mi ha cambiato proprio la vita. Calcisticamente parlando, devo molto a due uomini che hanno rivoluzionato il mio modo di essere portiere, per motivi differenti, migliorandomi. Pietro Santinelli e Paolo Lucidi. Il mister in tutto e per tutto, invece, per me è stato Odoacre Chierico. La sua breve parentesi all’Astrea ha lasciato in me il segno.

In volo il capitano dell’Eretum Monterotondo Carlo Alessandri

Il tuo prossimo obiettivo calcistico?

Mi piacerebbe intraprendere un progetto a lungo termine da portare a termine. Sono anni che dico che voglio chiudere alla grande qui a Monterotondo per ricominciare sotto altre vesti provando a dare un contributo di differente natura altrettanto se non più importante, a questa società. Vorrei vincere il campionato e andare in Serie D, lasciare il testimone e magari fare la chioccia e rimanere a disposizione come terzo portiere, al servizio di questi colori. Ma ancora ho grande voglia di giocare, quindi… Fuori dal campo mi piacerebbe assaggiare tutti i ruoli societari, e di campo ( è la mia indole che mi porta a sperimentare sempre) ma attualmente mi vedo sia in veste di direttore che in quella di preparatore dei portieri.

IL PROGETTO CMA E LA CARRIERA LAVORATIVA.

Chiudiamo la parentesi calcistica e passiamo in un attimo a parlare di lavoro, di sport, di passione. Ed anche qui gli spunti che ci fornisce Carlo sono molto interessanti.

Lavoro e sport come si conciliano in questa fase di vita?

Lavoro e sport si sono fusi. Il mio percorso professionale all’inizio non era previsto. La mia prima esperienza con Microcinema è stata bella ma allo stesso tempo sfiancante Dopo i primi successi di questa avventura lavorativa purtroppo questa struttura aveva terminato la sua storia. Prima di lavorare come direttore theatrical ho fatto tesoro di quello che avevo imparato. Per questo ho trasportato tutto il mio bagaglio professionale nello sport. Cultura e sport come unica entità. Dopo il Master alla Luiss in “Managment sportivo” ho capito che sport e cultura potevano strutturalmente e progettualmente stare insieme anche a livello imprenditoriale. Questo perché lo sport mette in comunicazione il mondo e mette in aggregazione tutti senza distinzione alcuna.

CMA una squadra vincente (fonte: sito internet CMA)

Da qui la nascita di CMA – Creative Management Association. Da cosa nasce?

È nata come un’idea suggestiva. Il primo spermatozoo è stato lanciata con una provocazione da un docente che apparentemente non c’entrava niente con il percorso di studi intrapreso. Si parlava di Esport. Durante la provocazione lanciata in aula 3 voci fuori dal coro hanno protestato contro il professore. Ovviamente eravamo io, Matteo e Alberto. Dopo quell’episodio ci siamo rincontrati e abbiamo deciso di fare ricerca su questo mondo dell’esport. Sperimentando abbiamo messo a fuoco linee di intervento su questo mondo, volevamo creare un connubio tra sport tradizionale ed Esport, abbiamo registrato insieme una serie di progetti. La prima necessità era quella di tutelare i nostri progetti e abbiamo creato la società, con due anime candide al mio fianco ai quali ho deciso di affidare spassionatamente questa mia fase biografica. Ci siamo resi conto che oltre al sussulto eSport avremmo potuto fondere le nostre esperienze di vita, le nostre professionalità ed i nostri background in un’unica, innovativa, proposta imprenditoriale.

Così è nata CMA che ha l’ambizione di contribuire alla creazione generazionale di un ponte che colleghi sponde apparentemente distanti. Unire ‘mondi’ solo oggi lontani che subiamo come fruitori passivi e assorti di un Sistema più grande di noi del quale ci “accontentiamo”. SPORT e CULTURA insieme. Siamo qui per allargare il raggio d’azione e dire la nostra in questa fase storica in cui lo SPORT è motore di un cambiamento che arriva ad influenzare la sfera sociale e creativa a livello internazionale; in cui lo SPORT è sempre più la nuova frontiera di se stesso, alla continua conquista del nuovo west incapace di avere nemici e incurante di fare prigionieri. Autocitando il nostro sito, riteniamo che oggi lo sport è sia il momento di pace e condivisione più attuale della nostra epoca e di quelle che verranno ed è su questi sentimenti che ci siamo costituiti lo scorso 31 marzo.

Alberto è il nostro Co-Founder & General Manager. Un manager sportivo e direttore di impianti sportivi pubblici e privati, ed ha esperienza nel campo dell’organizzatore di eventi sportivi per grandi competizioni soprattutto natatorie. Un’altra delle sue qualità è la gestione di bandi. È stato un grande nuotatore con diversi team italiani e raggiunge brillanti risultati in ambito giovanile, conquistando titoli regionali in Emilia Romagna e Lombardia e per ben due volte il podio ai campionati italiani di categoria. Nella sua carriera di nuotatore è arrivato a competere addirittura per gli assoluti italiani.

Matteo è il nostro Co-Founder & CSR Manager, è uno di quelli che si è fatto le ossa sui campi di calcio prima, fino ai 17 anni, e del calcio A5 poi arrivando fino alla massima serie indossando sempre la maglia del Real Rieti, dove attualmente milita. E’ stato per anni capitano della formazione under 21 nazionale, con la quale ha centrato una final eight di Coppa Italia. È in orbita nazionale Futsal italiana e di recente ha alzato la Coppa Italia di divisione in un’acesissima finale contro Pesaro a cui ho avuto il piacere di assistere. Come me ed Alberto, è fermamente convinto che la responsabilità sociale d’impresa sia una filosofia di gestione virtuosa da adottare trasversalmente nel mondo del lavoro, dello SPORT e della società civile.

I valori della CMA (fonte: sito internet CMA)

I due progetti lavorativi a cui sei maggiormente legato ed orgoglioso?

Il primo in assoluto è il nostro “Progetto della vita”, da realizzare con la CMA con Alberto e Matteo, ma questo lo tengo per me. È un progetto ambizioso, di difficilissima realizzazione legato all’ambito sport. Quello realizzato che mi rende orgoglioso è stato “Extra Time” sia a livello sentimentale che di riuscita del prodotto in sé per se.

Qual è lo stato attuale in Italia?

Ho la sensazione, avendo avuto il piede in due staffe sia come calciatore che come addetto ai lavori, che intorno allo sport si stia generando un fermento ed un’attrattiva importante che a livello sociale e politico non deve essere banalizzata ma valorizzata. Sta diventando una dimensione in cui si vengono ad evidenziare e si riscontrano i veri valori della vita. Lo sport stesso è metafora della vita. Se fossi un reggente o decisionista della politica darei molta importanza e riverserei parecchie economie nel creare dei ponti tra sport e cultura. Sport e cultura sono fondamenti per qualsiasi stato moderno e democratico, sono occasioni di trovare manifestazioni di solidarietà e pace dal quale trarre idee e creare opportunità economiche sia di lavori creativi e stimolanti. È un polmone di potenziale di innovazione e aggregazione, in grado di alimentare  impatti economici e sociali su cui uno stato dovrebbe maggiormente investire.

Chiudiamo questa chiacchierata con un’ultima domanda. Qual è il tu sogno nel cassetto?

Non ne ho. Mi sono fatto un’idea ben precisa rispetto a questa cosa da anni. Oggi più che mai credo che con impegno, fortuna e fatica si può raggiungere qualsiasi obiettivo. Il vero sogno è quello di riuscire a trovare, non so se in una compagna di vita, nella creazione di un nucleo famiglia o in altro, quella dimensione familiare che mi faccia sentire realizzato nella vita. Non potrei chiedere di più. In quest’epoca, di voracità dei sentimenti, anche essa vittima di consumismo esasperato, in cui si è continuamente predati da ambizioni e frustrazioni che si alternano con costanza, credo sia la cosa più complicata da realizzare.

 

Articolo a cura di Daniele Benigni.

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