venerdì, 22 ottobre 2021
Basket Interviste

BASKET | DAL PRIMO PALLEGGIO AD OGGI: INTERVISTA AD ALESSIO CIPRIANI

Ho cominciato a giocare a 5 anni e mezzo, ora ne ho 33. Mi alleno tutt’ora anche quando sto meno bene perché ho il piacere di farlo. Ad essere sincero i sacrifici sono stati infiniti ma avendolo fatto sempre con gioia non mi hanno mai pesato. Arrivare  a giocare in C1 per me è ed è stato motivo di grande orgoglio. Non sono un professionista e gioco più per passione/hobby ma ho avuto nella mia carriera la fortuna di giocare insieme a tanti giocatori veri, che facevano questo di lavoro e che venivano dall’altra parte del Mondo.”

Inizia così la nostra intervista ad Alessio Cipriani, play della Basket Guidonia Collefiorito, ragazzo che ha il basket nelle vene. Una full immersion nel mondo della pallacanestro raccontato da Alessio: bambino che compie i primi palleggi, tifoso, appassionato, giocatore. Una chiacchierata tra idoli NBA e basket dilettante. Insomma un pò quello che piace a noi.

Ricordi il tuo esordio? 

Certo! Ho esordito a 14/15 anni in serie D, ricordo l’emozione che avevo sul cubo del cambio. Ero agitato, ho giocato da playmaker e gli avversari mi hanno mangiato vivo. L’allenatore mi ha dovuto sostituire poco dopo. Oggi ricordo con un sorriso quel giorno, il mio coach Giancarlo se glielo ricordo ancora ride.

Il tuo mito Cestista? 

Ho un tatuaggio di Michael Jordan sulla gamba. Da bambino quanto mi emozionava. Vedevo tutte le sue partite insieme a mio fratello maggiore. Parliamo di colui che ha fatto la storia e rappresenta di più il basket. Per quanto riguarda i giocatori che hanno militato in Italia faccio due nomi su tutti e sono Hugo Sconochini e Sasha Danilovic, loro hanno fatto la mia di storia.

La tua squadra del cuore Italiana e “Americana” (NBA)?

Sicuramente la Virtus Roma anche se ultimamente non sta vivendo un periodo bellissimo. Sicuramente tifo le squadre romane dato che stanno nascendo anche altre realtà. In NBA rimango fedele ai Chicago Bulls ma simpatizzo molto anche per San Antonio Spurs per il modo di giocare, più europeo.

Quali allenatori ti hanno dato di più e quali meno? 

Purtroppo non ho avuto sempre persone positive come coach, soprattutto nelle giovanili. A volte mi sono scontrato con qualcuno di loro ma paradossalmente credo che quegli scontri siano stati indispensabili per la mia crescita caratteriale e tecnica. Sono testardo, quindi più venivo rifiutato  rimproverato più mi impegnavo e questo mi ha portato a migliorare sensibilmente. Alla fine uno sportivo deve accettare che non può piacere a tutti. Diversamente ho avuto la fortuna di avere allenatori incredibili che hanno saputo insegnarmi molto, ognuno a suo modo. Voglio ricordare principalmente due nomi e sono Sante De Cesaris e Vittorio Di Segni, due professionisti che studiano molto e che amano a dismisura questo sport, che sanno dare contemporaneamente bastone e carota, e che sanno motivare con i giusti modi. Ci tengo a ringraziare invece Giancarlo Giordano, è lui che mi ha portato tra i grandi nel difficilissimo passaggio tra giovanili e prima squadra. Moltissimo lo devo a lui.

La volta in cui sei stato più felice e quella meno? 

Ho avuto la fortuna di vincere qualche campionato, anche se di categorie inferiori, per carità. Forse quello che mi ha dato più gioia è stato il primo vinto da senior in Serie D con il Monterotondo, la squadra del mio Paese. Quella tra tutte è stata la soddisfazione più bella perché è stata sicuramente la squadra più unita che abbia mai avuto.

Cosa non ti piace di te? 

Tante cose, lavoro sempre per migliorare, mi ripeto sempre che si può migliorare e cambiare sempre, non sopporto chi non condivide questo pensiero. Comunque una delle cose che cambierei di me è l’essere troppo emotivo.

Se potessi tornare indietro c’è qualcosa che cambieresti della tua carriera? 

Sì farei tante scelte diverse! Una tra tutte andare alla prima squadra di Roma da bambino quando sono stato cercato. All’epoca rifiutai per non avere casino con la scuola dato che era lontana ma comunque sono felice della mia vita e non ho nessun rimpianto.

La tua qualità e il tuo difetto? 

Sono un giocatore sempre concentrato, duttile e con una buona base tecnica. Di me ci si può fidare, in attacco e in difesa, sono una persona seria e soprattutto…. non voglio perdere! Comunque non mi piace parlare tanto di me, soprattutto delle mie qualità, mi piacerebbe fossero gli altri a notarle. I difetti? Quanti ne vuoi! Ribadisco che ho sempre la voglia di migliorarmi, mi vedo sempre migliorabile e non sono mai contento di me, forse sono troppo autocritico.

Le tue manie sportive (riti, scaramanzie)?

Onestamente ne  ho una marea (ride!). Tra l’altro non sono nemmeno una persona scaramantica ma prima di entrare in campo ho delle mie abitudini. Pensate che non ho MAI lasciato un campo senza segnare prima di andare via, non è mai successo, mai se non quando sono stato portato all’ospedale per infortunio. Anche con le scarpe ho dei “problemi”, devono essere allacciata entrambe in maniera maniacale. Ah poi prima i entrare in campo devo tirarmi l‘acqua in testa, non importa se sia gennaio e ci siano i pinguini o agosto, l’importante è rispettare questo rito.

Una speranza per il tuo futuro?

Continuare a divertirmi. E mi divertirò fino a quando sentirò di migliorare. Chiedo solo questo. Quando mi renderò conto che non avrò più questa sensazione allora sarò pronto per smettere.

Come sei riuscito a conciliare sport e studio e ad oggi sport e lavoro? 

E’ stato difficile perché il basket non è uno sport ricco che ti permette un guadagno importante. Diciamo che ho fatto di tutto per potere continuare a coltivare la mia passione. Per essere più chiari dai 19 ai 24 anni ho lavorato come receptionist di albergo la notte, almeno ero sicuro di non aver problemi. Ho rifiutato opportunità lavorative importanti. Sono stato matto, la maggior parte delle persone fanno scelte opposte ma io sono felice così.

Ad oggi la nazionale di Basket Italiana può ambire a vincere qualche titolo?

Mai dire mai ma onestamente vedo un livellamento verso il basso che mi spaventa. A livello italiano ci sono dei giocatori importantissimi e ci sono anche giovani che potrebbero fiorire ma nel complesso negli ultimi anni la pallacanestro è peggiorata, sia nelle strutture societarie che nella qualità dei giocatori. La crisi economica ha pesato e si sente ancora di pari passo a quella culturale.

A livello mediatico il basket italiano ha poco risalto, questo secondo te a cosa è dovuto?

Devo dire che negli ultimi anni anche grazie alla tv satellitare tante persone si sono avvicinate di più all’ NBA e quindi alla pallacanestro ma comunque va detto, in Italia si gioca e si parla solo di calcio. Fa parte del nostro DNA.

Cosa cambieresti nel basket Italiano affinchè possa crescere a livello europeo e mondiale?

Cambierei tantissime cose. Farei innanzitutto dei corsi di formazione per dirigenti. Senza scendere nello specifico modificherei alcune spese che soffocano le società che poi sono costrette a chiudere o non investire nei settori giovanili perché questo è il problema, partirei dai bambini, loro sono il futuro.

La carriera di un cestista è fatta di molti ostacoli e a livello economico sport come il calcio hanno un eco superiore, questo secondo te quanto incide nella mentalità di un ragazzo che vuole iniziare a praticare il basket?

Sì, la carriera di un cestista è molto diversa da quella di un calciatore. Qualche anno fa l’allenatore che ha portato la Virtus Roma in finale guadagnava 2.500,00 €  al mese, tanto per rendere l’idea. Un bambino sogna di diventare Cristiano Ronaldo non Luigi Datome. Tanto è d attribuire alla nostra cultura, alla televisione. Inoltre per giocare a calcio basta una palla,  una porta si rimedia, a basket invece serve necessariamente il canestro. Sono sport completamente differenti, la pallacanestro dopo un certo livello diventa una partita di scacchi. Sono felice però perché noto che sempre più bambini vogliono iscriversi a basket e per me è strano.

A cura di Marco Prosperi

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